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FILOSOFIA DELLA MENTE - PATERNOSTER

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1) "Una critica che viene sovente rivolta agli eliminativisti è che essi si autoconfutano: per poter difendere la loro tesi devono ammettere di credere che così e così, e in tal modo sono costretti a concedere di possedere stati mentali nel momento stesso in cui ne negano l'esistenza. Benché questa critica sia stata formulata, tra gli altri, da un filosofo di grandissima statura come Hilary Putnam, essa ha tutta l'aria di essere un sofisma: la revisione del vocabolario mentalistico, infatti, non è possibile alla luce delle attuali conoscenze. Non possiamo cambiare il nostro modo di parlare finché non abbiamo dei buoni sostituti scientificamente rispettabili. Inoltre, quello che conta è l'eventualità che l'eliminativismo sia una teoria vera, non che esso venga creduto vero."
2) "se si ammette, come la maggior parte dei filosofi della mente riconosce, che i portatori primari di verità/falsità sono le credenze, in quanto solo un enunciato interpretato può essere vero o falso e l'attività interpretativa chiama in causa i pensieri delle persone, allora disfarsi in modo puro e semplice della nozione di credenza comporta di fare a meno della nozione stessa di verità, il che è paradossale per chiunque nutra un atteggiamento scientifico. A questo si può tuttavia replicare negando che sussista il sopra citato legame tra verità e credenza; ci sono, in effetti, teorie semantiche che fanno tranquillamente a meno della nozione di credenza."
3) "il problema più serio per l'eliminativismo è probabilmente quello di giustificare il successo della psicologia del senso comune. Forse i concetti di credenza, desiderio e simili non hanno una controparte scientifica, ma è difficile negare che la teoria o prototeoria che essi costituiscono funzioni. Poiché il successo predittivo di una teoria è considerato generalmente un buon indicatore della sua verità, sembra ingiusto non riconoscere uno statuto di qualche tipo agli stati mentali del senso comune."
"il grande linguista del MIT fece vedere come le tipiche nozioni comportamentistiche - stimolo, rinforzo, privazione, ecc. - fossero ben definite soltanto in condizioni sperimentali molto semplificate (le gabbie con leve e pulsanti in cui si muovono i topolini). Se infatti qualsiasi sollecitazione all'organismo è considerata uno stimolo, allora non può esserci alcuna legge del comportamento linguistico, perché a parità di sollecitazione fornita a un parlante le risposte verbali possono essere le più disparate. Se, all'opposto, sono considerati stimoli soltanto gli input sistematicamente correlati con determinate risposte fisse, allora la spiegazione comportamentista copre una frazione irrisoria dell'attività umana e non ha pertanto alcuna validità generale. Il comportamentismo è palesemente inadeguato nel caso del linguaggio perché questo ha una struttura grammaticale troppo complessa per poter essere appreso esclusivamente sulla base degli input ricevuti dall'esterno, cioè degli enunciati proferiti dalle persone con cui il bambino interagisce (argomento noto come «povertà dello stimolo»): a soli tre anni (circa) i bambini non affetti da deficit specifici sono in grado di produrre e comprendere frasi perfettamente grammaticali. Si deve quindi postulare l'esistenza di una base innata di regole. D'altra parte, senza chiamare in causa una facoltà sofisticata come il linguaggio, Edward Tolman fece vedere che persino il comportamento dei ratti in una gabbia non era suscettibile di una spiegazione appropriata facendo appello esclusivamente a configurazioni di stimoli e risposte.
La tesi fondamentale del comportamentismo psicologico si è pertanto rivelata falsa: lungi dal poter ricorrere esclusivamente alle correlazioni stimoli/risposte, la spiegazione del comportamento richiede di postulare certe rappresentazioni e processi interni, appunto ciò che chiamiamo «mente». Questi fattori interni possono e devono essere studiati senza sacrificare il rigore sperimentale invocato dai comportamentisti."
"due ispirazioni opposte, una naturalistica ed una antinaturalistica,"

"La tesi di ispirazione naturalistica, la cui formulazione più limpida si deve a Hempel (1949), è che gli enunciati contenenti termini psicologici sono traducibili in enunciati contenenti esclusivamente termini che fanno riferimento al comportamento fisico"

"La tesi fondamentale del comportamentismo di ispirazione antinaturalistica è dovuta a Ryle, secondo il quale i termini psicologici ordinari, lungi dal riferirsi a fantomatici stati interni, devono essere analizzati come denotanti disposizioni al comportamento. Per esempio, desiderare di fare un pisolino non è nient'altro che avere la disposizione ad assumere una posizione comoda ed addormentarsi. Credere che P è la disposizione ad assentire a un proferimento di P, o ad asserire che P. Sotto l'indubbia somiglianza con la tesi di Hempel - entrambi promuovono una radicale riformulazione del vocabolario psicologico - si cela un atteggiamento assai diverso: a differenza di Hempel, Ryle non è un fisicalista, e il suo scopo è quello di smascherare, tramite un'analisi concettuale, un'immagine sbagliata della mente che ci è stata tramandata da Descartes. I comportamenti cui allude Ryle non sono processi fisici.
Scienza e filosofia sono due imprese assai diverse, che si muovono all'interno di spazi logici differenti. Gli stati mentali così come sono caratterizzati dal senso comune appartengono allo spazio logico proprio della filosofia e, come fa vedere Ryle, sono finzioni linguistiche mediante le quali razionalizziamo il comportamento.
nella tesi di Ryle c'è una pars destruens (i termini psicologici non denotano stati interni) e una pars construens (i termini psicologici denotano disposizioni al comportamento). La tesi negativa è condivisa da Wittgenstein, che l'ha espressa in modo assai suggestivo in un celebre passaggio (§ 293) delle Ricerche filosofiche:

Beetle in the box ( "Dunque, non appena si rifletta su come i termini del discorso mentalistico ordinario («credenza», «desiderio», «dolore», ecc.) vengono usati, ci accorgiamo che essi non designano stati privati di esperienza o altri enti interni. Il nostro concetto ordinario di mente non è soddisfatto da alcun oggetto interno, ciò che si intende con la parola «mente» non è una cosa, un oggetto.")
ciò non basta a fare di Wittgenstein un autentico alfiere del comportamentismo, in quanto egli non ne condivide le tesi in positivo.
"Wittgenstein non dice che gli stati mentali sono disposizioni al comportamento, bensì che il comportamento è il criterio in base al quale attribuiamo stati mentali."

"il comportamentismo logico si sposa bene con quello psicologico, che criticava in prima istanza la psicologia basata sul metodo dell'introspezione. Con l'avvento della psicologia cognitiva gli stati mentali sono caratterizzati nei termini del ruolo causale-funzionale che svolgono nel comportamento"
"A) L'obiezione principale è che non tutti gli stati mentali sono suscettibili di un'analisi in termini di disposizioni comportamentali. Non si riesce, in altri termini, a riformulare ogni asserto che contiene uno o più riferimenti a stati mentali in un altro che non ne contiene affatto. Questa impossibilità si manifesta in almeno due forme.
1) In primo luogo, l'elenco delle disposizioni o azioni associate a uno stato mentale potrebbe essere illimitatamente lungo. Per esempio, avere mal di denti può indurmi a prendere un analgesico, ad andare dal dentista, a mettermi a letto o semplicemente a emettere di tanto in tanto dei gemiti. La lista può essere ben più lunga per stati come la credenza. Non si vede come trovare un criterio che ci consenta di selezionare il sottoinsieme appropriato di disposizioni
2) In secondo luogo - e questo è un problema ben più grave -, quali siano le "disposizioni giuste dipende tipicamente dagli altri stati mentali che ho; per esempio, la mia credenza che sta piovendo è una disposizione al mio prendere l'ombrello solo se non desidero bagnarmi. Vi è dunque una circolarità: nella definizione di uno stato mentale sono menzionati altri stati mentali.
B) Inoltre, è la nozione stessa di disposizione ad essere in qualche misura problematica: alcune disposizioni potrebbero non tradursi mai nelle azioni corrispondenti - per esempio, un vaso fragile potrebbe non rompersi mai, o una persona coraggiosa non avere mai l'occasione di manifestare il proprio coraggio - e in questo caso non si capisce bene su quali basi possiamo attribuire la disposizione corrispondente.
C) Infine, negare qualsiasi rilievo (semantico prima che metafisico) alla componente fenomenica appare in alcuni casi completamente arbitrario: dire che avere mal di testa è avere una disposizione a prendere un analgesico cancella indebitamente la lancinante realtà della mia esperienza dolorosa, per tacere del problema di definire in modo non circolare «analgesico».

Per tutte queste ragioni, il comportamentismo è ormai più oggetto di storia della filosofia che di riflessione teorica"
Il filosofo che ha più strenuamente difeso il realismo intenzionale è Fodor. La motivazione primaria alla base della TCRM è proprio quella di elaborare una psicologia scientifica a cui ridurre la psicologia del senso comune. A rigore, più che di riduzione, si deve parlare di sopravvenienza, così da ammettere la possibilità, intuitivamente persuasiva, che uno stesso contenuto sia veicolato da rappresentazioni mentali diverse. Ma molti altri filosofi hanno proposto ricette per naturalizzare l'intenzionalità. Il problema comune a tutte queste teorie è quello di far vedere in che modo una relazione semantica qual è quella che lega una rappresentazione mentale al suo contenuto possa essere caratterizzata in termini naturalistici senza ricorrere ad altri concetti semantici o intenzionali. Si tratta di una difficoltà assai grande. Sembra infatti connaturata alla nozione stessa di rappresentazione l'idea che ci possano essere rappresentazioni erronee. Una credenza può essere vera o falsa (può cioè rappresentare uno stato di cose fedelmente - veridicamente - o meno), un desiderio potrà essere soddisfatto oppure no, e anche una rappresentazione percettiva può essere
più o meno aderente alla realtà. Ora, per poter dire che una rappresentazione rappresenta erroneamente devo disporre di un criterio che stabilisca quello che la rappresentazione dovrebbe rappresentare e di fatto non rappresenta, devo cioè disporre di una norma. E come può una norma essere caratterizzabile in termini puramente naturalistici? Quella di verità/falsità sembra essere la nozione normativa e intenzionale per eccellenza. D'altra parte, il fatto che la mente, o il cervello, rappresenti informazioni relative a stati di cose e oggetti del mondo è un fenomeno naturale. È chiaro come, da un punto di vista biologico, gli esseri umani possano essere considerati come il gradino più alto di una scala evolutiva nella quale troviamo esseri di livello più elementare che esibiscono chiaramente capacità o protocapacità rappresentazionali. Poiché dire che la mente rappresenta il mondo equivale a dire che la mente elabora contenuti, la nozione di stato intenzionale sembra essere sotto questo aspetto del tutto naturalistica. Il cuore del problema dell'intenzionalità risiede proprio in questa tensione tra aspetto normativo e aspetto naturale."
Imagery Debate
Ipotesi Proposizionale
(Pylyshyn, 1973, 1981, 2003)
Simbolico: una forma di rappresentazione che è stata scelta in modo arbitrario per"stare per qualcos'altro", e che non somiglia percettivamente alla cosa generica rappresentata.
Ipotesi Analogica
(Paivio,1989; Kosslyn, 1983)
Analogico: una forma di rappresentazione che preserva le principali caratteristiche percettive di qualunque cosa sia rappresentata.
A proposito delle immagini mentali e dell'attività immaginativa (in inglese: imagery, attività che comprende generare, esplorare e trasformare immagini mentali) è sorto negli anni un dibattito (Imagery Debate), tra due opposte teorie: l'ipotesi proposizionale e l'ipotesi analogica.
Pylyshyn (1973, 1981, 2003), maggior fautore del punto di vista proposizionalista.
"Le caratteristiche principali di tale formato di rappresentazione, comunemente detto proposizionale, sono l'arbitrarietà e la discretezza. I simboli del linguaggio del pensiero sono arbitrari in quanto non vi è alcuna relazione di somiglianza tra un simbolo e ciò che esso denota; e sono entità discrete in quanto o sono espressioni complesse scomponibili in parti chiaramente separate e distinte, o sono simboli atomici che non hanno alcuna struttura interna. Nel loro insieme queste due proprietà conferiscono al codice proposizionale la massima schematicità ed astrattezza. Un enunciato in mentalese come su (gatto, tappeto) riproduce dello stato di cose che rappresenta soltanto l'esistenza di una relazione tra gli elementi costitutivi.

All'ipotesi proposizionalista si contrappone il modello analogico (o pittorialista), i cui maggiori esponenti sono Paivio (1989) e Kosslyn (1983). Secondo questo punto di vista esistono due codici di elaborazione delle informazioni, che operano insieme, pur con competenze e caratteristiche diverse: il codice proposizionale-linguistico ed il codice analogico. Questo secondo codice, deputato all'elaborazione e rappresentazione degli input non linguistici, manipola informazioni figurali, spaziali e simil-percettive.
Se è vero che parole e figure possono veicolare per gran parte una stessa informazione, tuttavia lo fanno diversamente. Una frase è astratta, non ha nessuna somiglianza con il suo contenuto, ma trasmette significato in armonia con un sistema di regole del tutto indipendenti e convenzionali. Per estrarre il contenuto di una frase bisogna sapere cosa significano i simboli usati (parole e lettere) e bisogna conoscere le regole che governano le relazioni tra i diversi simboli. Una fotografia, un disegno, una pittura raffigura invece l'oggetto, è fondamentalmente somigliante (analogica) all'oggetto che rappresenta (Kosslyn, 1989). Studi condotti da questi autori per dimostrare l'analogia tra percezione e immagini mentali hanno dimostrato che manipolare un'immagine mentale produce effetti simili alla manipolazione di un'immagine o oggetto concreti. Ad esempio, in compiti di rotazione delle immagini mentali il tempo di rotazione aumenta all'aumentare della rotazione effettuata. Le IM conservano le caratteristiche metriche di ciò che rappresentano. Un compito classico di mental scanning (modo per valutare le proprietà metriche di mappe spaziali mentali) consiste nella memorizzazione della mappa di un'isola con 7 luoghi (palma, albero ecc.) a distanze diverse, senza oggetti interpolati.
Rappresentazioni mentali = simboli del linguaggio del pensiero
Il "linguaggio del pensiero" è un linguaggio in quanto:
(i) Ha una struttura in costituenti e una sintassi
(ii) I costituenti atomici sono interpretati (= hanno un significato)
(iii) Composizionalità: significato di un enunciato complesso dipende dal significato dei costituenti e dalla sintassi
(iv) Gli enunciati sono semanticamente valutabili (= hanno un valore di verità)
E' simile a un linguaggio logico:
- ha simboli che stanno per oggetti individuali, proprietà e relazioni;
- ha simboli corrispondenti ai connettivi logici (e, o, non, ...);
- ha regole di inferenza, cioè regole che specificano quale formula è consequenziale a una formula data
(Es. se penso che P e penso che P implica Q, allora penserò che Q).
NB Nella TCRM Le relazioni causali sono relazioni inferenziali (o computazionali):
- pensare che (P & (P & QQ)) causa pensare che Q.
- Q segue logicamente da P e PQ

E' simile a un linguaggio logico:
- ha simboli che stanno per oggetti individuali, proprietà e relazioni;
- ha simboli corrispondenti ai connettivi logici (e, o, non, ...);
- ha regole di inferenza, cioè regole che specificano quale formula è consequenziale a una formula data
(Es. se penso che P e penso che P implica Q, allora penserò che Q).
NB Nella TCRM Le relazioni causali sono relazioni inferenziali (o computazionali):
- pensare che (P & (P & QQ)) causa pensare che Q.
- Q segue logicamente da P e PQ

Riassumendo...
- Il LoT è un linguaggio (un codice) mentale con cui vengono codificate tutte le informazioni elaborate dalla mente.
- È simile a un linguaggio logico.
- Avere uno stato mentale è avere un certo tipo di relazione con un simbolo del LoT
- Gli stati mentali ereditano dalle espressioni del LoT con cui sono in relazione le loro proprietà sintattiche e semantiche.
- Il LoT è universale e innato
E' una visone della cognizione che trae la sua origine nel terreno dell' IA.
Per i funzionalisti classici la mente è identificata con un computer astratto ( o se si vuole con il software che predispone determinate operazioni cognitive ) e il pensiero consiste nel connettere mediante ALGORITMI determinati SIMBOLI che sono RAPPRESENTAZIONI MENTALI. Questo modello assimila i processi di pensiero in generale a quelli di linguaggio: avere un pensiero significa "avere un enunciato nella testa" e pensare è funzionalmente equivalente a " fare della logica". Seppur con differenze tipo la proposta di Laird che insiste sull'importanza dei modelli analogici nel ragionamento umano, il nucleo del programma ( RAPPRESENTAZIONI e COMPUTAZIONI ) rimane invariato e costituisce il nocciolo duro dell'IA tradizionale, la quale comporta che la struttura e le capacità cognitive umane siano indagate indipendentemente dalla realizzazione materiale.
Il comportamento intelligente era pensato risiedere nella capacità di manipolare in modo formale rappresentazioni strutturate.
Il connessionismo muove proprio dalla critica a questo paradigma. Ritiene che le computazioni da prendere in considerazione non siano da assimilare a calcoli logici e non abbiano un carattere linguistico ma debbano essere sviluppate attraverso il modello delle "reti neurali": modelli di elaborazione che si ispirano alle proprietà neurofisiologiche del sistema nervoso.
Il binomio computazione - rappresentazione è rispettato, ma non esiste qualcosa come un linguaggio del pensiero. La differenza con paradigma simbolico classico riguarda il MODO in cui la capacità rappresentativa della mente viene implementata, con configurazioni della rete .